NETANYAHU SAPEVA DEL 7 OTTOBRE (CHI LO AVREBBE MAI DETTO?). ORA SERVE UN COLPEVOLE DA SACRIFICARE PER POTER CONTINUARE COME PRIMA?

Nel numero del 9 settembre, Haaretz ha un approccio lapidario: «Netanyahu sapeva». L’inchiesta di Shlomi Eldar e Ruth Yuval (che ho tradotto ieri integralmente ieri) ricostruisce una telefonata durata quarantacinque minuti. A circa una settimana e mezzo dal 7 ottobre 2023, il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed avrebbe avvertito il primo ministro israeliano che Yahya Sinwar stava preparando un’operazione di vasta portata. Netanyahu tenne l’informazione per sé. I vertici dello Shin Bet e dell’esercito hanno dichiarato di esserne rimasti all’oscuro (senz’altro anche il Mossad non ne aveva idea…). Il suo ufficio nega perfino che quella conversazione sia avvenuta.

La pubblicazione dell’inchiesta arriva alla vigilia delle elezioni del 27 ottobre. Il momento scelto mi pare politicamente eloquente. Dopo quasi tre anni di menzogne, uno dei principali quotidiani israeliani decide di scrivere che Netanyahu fu avvertito e che tacque. Proprio ora. Nella stessa edizione di oggi leggiamo anche che il Regno Unito e altri dieci paesi hanno imposto sanzioni contro Israele. Proprio ora. Tutto ora. Sono tre anni di genocidio e 80 di colonialismo e Apartheid. Ma ora stati e media si svegliano. Ah la coscienza tardiva. O forse il piano. Poche pagine dopo, un’inchiesta descrive il governo israeliano mentre blocca passaggi essenziali del piano statunitense per Gaza, ostacolando il ritiro e perfino l’ingresso di mezzi destinati alla bonifica. Netanyahu, nel giro di due giorni, appare ormai come il principale impedimento alla normalizzazione internazionale di Israele. Non tutto lo Stato cittadini compresi (la maggioranza almeno), solo Netanyahu. Così la politica prodotta sotto la sua guida può restare ben radicata negli apparati dello Stato.

La mia ipotesi è questa. Una parte dell’establishment israeliano ha deciso di scaricarlo. Il suo volto è divenuto troppo riconoscibile, la sua arroganza troppo esplicita. Occorre un premier più presentabile, capace di proseguire la medesima politica coloniale ma più “compassionevole”, come Bush. Il genocidio potrà essere amministrato con un tono più sobrio e l’annessione della Cisgiordania tornerà a ricevere un linguaggio più giuridico e meno nazista. Ovviamente la violenza continuerà imperterrita, ma sotto una direzione capace di piacere alle cancellerie occidentali che poi devono confrontarsi con i cittadini che chiedono conto di un genocidio quotidiano.

Chi potrebbe sostituirlo? Il candidato oggi più accreditato è Gadi Eisenkot. Il suo partito Yashar precede il Likud in diversi sondaggi e una recente rilevazione gli attribuisce una possibile strada verso la maggioranza. Eisenkot possiede il profilo perfetto per l’operazione di ripulitura. È un ex capo di Stato maggiore, ha partecipato al gabinetto di guerra formato dopo il 7 ottobre e critica Netanyahu in nome della competenza militare. Parlava di accordo per liberare gli ostaggi e considera la «vittoria totale» una menzogna strategica.

Per i palestinesi, Eisenkot rappresenta una gestione più razionale dello stesso genocidio. Il suo nome è legato alla dottrina Dahiya, fondata sull’impiego di forza sproporzionata e sulla distruzione estesa dei luoghi dai quali proviene una minaccia https://www.jpost.com/israel-news/article-889436 . Il generale chiamato a salvare Israele dall’irresponsabilità di Netanyahu è anche uno degli uomini che hanno dato forma teorica al genocidio e alle brutalità. Sarebbe il successore ideale. Potrebbe chiudere una guerra ormai costosa, recuperare i rapporti con Washington e restituire rispettabilità internazionale all’esercito, continuando, di fatto, a fare ciò che ha fatto Netanyahu (e naziministri) fino ad ora.

L’altra possibilità passa per Naftali Bennett e Yair Lapid, oggi riuniti nella lista B’Yachad. Bennett ha un aspetto più manageriale e un rapporto migliore con l’Occidente. Ma la sostanza rimane quella di un nazionalista contrario allo Stato palestinese, sostenitore degli insediamenti e della «vittoria totale» a Gaza. Qui trovate una buona sintesi delle sue posizioni https://www.theatlantic.com/…/america-israel…/687930/. Lapid aggiunge una rispettabilità liberale buona per i governi europei. Insieme potrebbero sostenere Eisenkot oppure contendersi la guida del blocco ostile a Netanyahu.

Esiste poi l’ipotesi di una successione interna al Likud. La nuova lista colloca Eli Cohen subito dopo Netanyahu, ma anche Israel Katz conserva una posizione importante. Sarebbe il ricambio più scoperto. Cambierebbe senz’altro il capo, ma lascerebbe intatto il partito che ha governato il genocidio. Smotrich e Ben-Gvir continuerebbero a esercitare pressione dall’estrema destra.

Detto senza riguardi, fanno tutti schifo. Tra i candidati con concrete possibilità di diventare primo ministro, nessuno propone una liberazione palestinese o la fine dell’occupazione e del genocidio, anzi. Cercano solo di spegnere i riflettori e rilanciare un’immagine di Israele più in linea con l’Occidente (che comunque lo ha prodotto).

Le uniche differenze riguarderebbero solo il modo di amministrare la violenza. Netanyahu ha scelto l’esibizione brutale. Eisenkot offrirebbe disciplina militare e probabilmente senza spettacolarizzazione della violenza. Bennett promette una destra aggressiva, ma con più aplomb. Per Gaza non cambia nulla e il principio coloniale dalla nakba al genocidio resta al proprio posto.

Ovviamente il capro espiatorio funziona meglio quando è davvero colpevole. Assorbe la responsabilità generale e permette al gruppo di conservare un’immagine innocente di sé. La colpa collettiva viene compressa dentro una sola persona. Netanyahu sarà presentato quale aberrazione personale, mentre lo Stato e il popolo che lo hanno sostenuto potrà dichiararsi guarito, un giorno parleremo di questo genocidio e useremo Netanyahu in stile reductio ad Hitlerum. Gli apparati continueranno a lavorare sotto una nuova direzione.

Forse anche lui accetterà la parte. Il lavoro lo ha compiuto. Gaza è stata devastata e la colonizzazione della Cisgiordania ha ricevuto un impulso ulteriore. Netanyahu ha spostato il limite del dicibile, distrutto il diritto internazionale e ha reso politicamente pronunciabili l’espulsione di massa e la fame usata come arma e il genocidio come diritto all’autodifesa. Le ha sdoganate. Potrebbe ritirarsi interpretando il martire perseguitato dalle élite, mentre Israele tenta di ripulire la propria immagine. Un accordo esplicito sarebbe perfino superfluo. Basta una convergenza di interessi.

Le 222 domande sul 7 ottobre che avevo raccolto riguardavano proprio gli avvertimenti ignorati, il confine lasciato esposto e la lunga politica israeliana che aveva trasformato Hamas in un nemico utile. In risposta ho ricevuto accuse di complottismo e antisemitismo. Adesso Haaretz documenta che un allarme preciso arrivò direttamente al primo ministro e rimase chiuso nel suo ufficio.

Israele ha coltivato Hamas come nemico utile e ne ha accettato il rafforzamento. Dopo gli avvertimenti ignorati, ha usato la strage come licenza per il genocidio. Netanyahu deve rispondere delle sue responsabilità. Anche lo Stato e il popolo che lo ha prodotto prima o poi dovranno risponderne. Sappiamo tutti/e che non ci sarà nessuna nuova Norimberga, ma questo non significa che una volta fatto fuori Netanyahu smetteremo di parlare dell’orrore.